Nelle ultime settimane sembra apparire – stando a ciò che si legge sui giornali – una nuova attenzione del governo Renzi per lo sviluppo del Sud; ma a ben guardare le novità sono poche, e l’attenzione resta scarsa.

Nell’agosto 2015 Renzi aveva preannunciato per settembre, prima della Legge di Stabilità, un “Masterplan per il Mezzogiorno”. Solo il 4 novembre sono però apparse sul sito della Presidenza del Consiglio alcune scarne “linee guida” del “Masterplan” , seguite da un ulteriore lungo periodo di silenzio. Il governo ha infine annunciato che avrebbe siglato 16 Patti per il Sud: uno per ogni regione, più 7 per le città metropolitane e uno per Taranto. Il 24 aprile, con una grande comunicazione istituzionale e la visita del Premier a Napoli, è stato siglato il primo Patto (Campania); ne sono poi seguiti altri. Stando alla documentazione disponibile sul sito della Presidenza del Consiglio al 7 giugno, ne risultano firmati 8. Sulla base di questi documenti è possibile fare qualche riflessione.

Ciascun Patto consiste in una ricognizione degli strumenti e delle risorse a disposizione per ogni territorio, nell’individuazione di interventi prioritari, nella definizione delle responsabilità fra amministrazioni centrali, regionali e locali. Cuore ne è l’allegato elenco di interventi, con le risorse finanziarie disponibili, e gli obiettivi (di spesa e di realizzazione) da raggiungere ad una tappa intermedia (fine 2017). In teoria dovrebbero contenere anche “la visione che la Regioni o la Città ha del proprio futuro e che condivide col Governo”: ma questa non c’è.

Si tratta di un insieme di provvedimenti di modesta portata, per diversi motivi.

1) In primo luogo manca completamente un’idea delle politiche di sviluppo necessarie e opportune oggi per l’insieme del Mezzogiorno – al di là delle generiche pagine di “linee guida” – da cui far scaturire interventi e priorità. Questo è particolarmente importante perché questi provvedimenti arrivano in un periodo pessimo per l’economia e la società meridionale; forse il più grave (se si eccettua la crisi dei primi anni Trenta) nella storia unitaria. Periodo nel quale la fortissima caduta dell’attività economica e dell’occupazione meridionale è generata non solo dalle caratteristiche della crisi dell’euro (crollo della domanda interna) ma anche dall’azione delle politiche pubbliche, che le sta aggravando in particolare al Sud. Su questi temi si veda: http://www.eticaeconomia.it/le-conseguenze-territoriali-dellausterita-disuguale/  Purtroppo, non vi sono motivi di pensare che questo stato di cose cambi nel prossimo futuro (al di là di una limitata ripresa congiunturale) né che possano essere evitati gravissimi fenomeni cumulativi connessi alla crisi (esclusione, marginalizzazione sociale e povertà; migrazioni delle forze lavoro più qualificate). Nulla si dice sulla circostanza che qualità e quantità dei grandi servizi pubblici al Sud (a cominciare da sanità e istruzione, specie universitaria come ampiamente documentato in http://www.donzelli.it/libro/9788868435202), invece di migliorare, stanno peggiorando. A giudicare dai primi Patti sembra più un’operazione che sta “tirando fuori dai cassetti” quanto già c’è, piuttosto che disegnando progressivamente l’attuazione di una consistente risposta alla crisi.

2) In secondo luogo nulla garantisce che gli interventi contenuti nei Patti siano, come sempre deve essere per le politiche di sviluppo territoriale, “aggiuntivi” rispetto alla ordinaria azione pubblica. Non vi sono infatti né dati che consentano di valutare, né impegni che consentano di garantire, se e in che misura questi interventi si sommino ad una “ordinaria” azione pubblica (circostanza quantificabile grazie al sistema dei “conti pubblici territoriali”). Impegni simili avevano costituito il cuore delle decisioni sulle politiche di sviluppo prese alla fine degli anni Novanta (garanzia dell’investimento al Sud del 45% della spesa totale italiana in conto capitale); impegni poi cancellato dal Ministro Tremonti con l’ultimo governo Berlusconi, e che il governo Renzi – come ha sostenuto in un recente dibattito parlamentare – non ha inteso ripristinare. Al contrario, è forte il sospetto che per le regioni e le città considerate si tratti di tipologie di interventi che in altre aree del paese si fanno con risorse ordinarie di Ministeri, Regioni e Città.

3) E’ certamente utile una ricognizione degli interventi già previsti e finanziati, fatta congiuntamente fra amministrazioni centrali e locali, e la condivisione delle priorità e delle reciproche responsabilità. Non si tratta però di una novità: sin dagli anni Novanta in Italia è consueto l’utilizzo di Intese fra Stato e Regioni proprio a questi fini; che si concretizzano in Accordi di Programma Quadro, molti dei quali ancora vigenti, che contengono esattamente gli elenchi degli interventi condivisi, le risorse disponibili, le responsabilità attuative.

4) Il grosso degli interventi è già previsto e finanziato da decisioni precedenti. Con i Patti sono state rese disponibili alcune nuove risorse: ma a ben guardare, non sono del tutto nuove. Dal 2014 (parallelamente all’insediamento del governo Renzi) si è avviato un “ciclo di programmazione”, relativo al 2014-2020, delle politiche di sviluppo territoriale; esse sono sostenute tanto dai fondi strutturali europei quanto dal Fondo Sviluppo e Coesione (FSC). Per i fondi strutturali amministrazioni centrali e regionali hanno da tempo provveduto alla definizione di programmi, finanziati da risorse europee (e da un “co-finanziamento nazionale) e approvati dalla Commissione Europea. Questi interventi sono confluiti nei Patti. Per il FSC, invece, dopo che il governo Letta aveva stabilito la dotazione complessiva (54,8 miliardi, destinati per l’80% al Mezzogiorno e per il 20% al CentroNord), con l’esecutivo Renzi si erano avute solo una lunga serie di assegnazioni parziali, senza una programmazione d’insieme, e quasi sempre non rispettose dei criteri territoriali di allocazione. Con i Patti verranno assegnati, stando a quanto riportato in uno degli Allegati del Documento di Economia e Finanza, risorse per 13,4 miliardi. Tale cifra appare però nettamente inferiore ai circa 44 miliardi da destinare al Mezzogiorno per il periodo 2014-20. Si tratta quindi di una assegnazione assai parziale, e tardiva, di risorse già destinate allo sviluppo del Sud.

5) Sono indicati dei target di spesa da raggiungere per il 2017, su cui verificare gli impegni presi: una scelta positiva. Tuttavia gli obiettivi indicati sono assai modesti; e lo sono in particolare quando sono coinvolte le risorse del FSC di cui si è appena detto. Il grosso delle cifre FSC indicate nei Patti sarà sbloccato, se vi saranno le relative decisioni del CIPE, solo a partire dal 2018. Anche questi target non sono certo una novità: con il governo Monti si erano firmati dei Contratti Istituzionali di Sviluppo con FS e ANAS che prevedevano cifre ben più rilevanti e scadenze negli anni per la spesa (anche se poi non sono state rispettate, senza che nulla avvenisse).

La disponibilità degli 8 Patti ancora mancanti consentirà analisi qualitative e quantitative più complete e puntuali. Ma i dati e le informazioni già disponibili consentono purtroppo di ritenere che vi sia uno scarto molto grande fra l’enfasi comunicativa che ha accompagnato il “Masterplan” e i suoi effettivi contenuti. Forse si può sostenere che questi Patti siano meglio di niente; certamente sono assai meno di quel che si sarebbe potuto e dovuto fare.

Gianfranco Viesti

————————————————-

0 Condivisioni