Linee scientifiche fondamentali dell’Associazione

elaborate dal Comitato scientifico

 Discusse ed approvate nel corso del seminario all’Università Iuav di Venezia

11 novembre 2016

Questo documento presenta le Linee scientifiche fondamentali dell’associazione elaborate dal Comitato Scientifico, che sono state discusse ed approvate nel corso del seminario all’Università Iuav di Venezia dell’11 novembre 2016. Il Consiglio direttivo avrà il compito di tradurle nel programma annuale di attività ed essere dovranno indirizzare il lavoro verso il Rapporto 2017. Sono il risultato di precedenti contatti e in particolare dell’incontro del 26 aprile 2016 scorso presso la Scuola di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma.

In premessa, va ricordata la necessità di ancorare il lavoro alle discussioni in corso nelle sedi internazionali, sia in  quella comunitaria dell’Urban Agenda che in quella di Habitat III, laddove la questione ambientale e lo sviluppo sostenibile sono prioritarie.

Il vasto mondo di operazioni culturali e pratiche legate all’urbanistica in Italia – nel senso ampio di cultura e politica della trasformazione dell’ambiente urbano e naturale, senza avere intenzione di restringere né l’uno né l’altro ad un campo disciplinare – ha probabilmente concluso il secondo ciclo culturale. In termini molto schematici e senza eccesive pretese, si propone di distinguere due fasi cronologiche distinte. Se vale questa distinzione, potremmo convenire che questi due periodi, che in qualche modo possono essere ricondotti al momento della ricostruzione e a quello successivo della rigenerazione, hanno occupato grosso modo due intervalli temporali equivalenti con lo spartiacque in qualche punto all’inizio degli anni ’80:

  • un primo periodo postbellico, ancora segnato dall’utopismo delle narrazioni tecniche e dei fondamenti astratti del funzionalismo, ma soprattutto della connivenza con interessi che presentavano conseguenze fin troppo concrete, come denunciato dai pochi critici che hanno però progressivamente e successivamente consolidato un patrimonio di minuziose critiche e di aperture ad approcci diversi; ma nel complesso, nonostante le opposizioni e simmetrie tra elogio e critica del progresso, i due movimenti restano interni alla prospettiva di sviluppo industriale moderno e le sue forme di urbanizzazione;
  • un secondo episodio caratterizzato dal tentativo di comprendere e governare i processi più complessi della deindustrializzazione e della dispersione e di elaborare nuovi approcci gestionali e territoriali; che mostra oggi qualche segno di esaurimento.

Se l’urbanistica italiana è stata efficace nel primo periodo è perché proponeva una qualche forma di sapere orientato alla trasformazione e si rivolgeva ad una comunità di operatori che si prestavano reciproco riconoscimento; se è risultata molto meno efficace e rilevante nel secondo periodo è perché le tesi proposte sono parse spesso arbitrarie e prive di fondamento e al tempo stesso ha perso l’uditorio fondamentale. Si noti peraltro che nella prima fase le conoscenze tecniche coerenti alla trasformazione urbana erano relativamente più lineari, monodimensionali e nella sostanza semplici; mentre nella seconda sono invece richieste conoscenze più complesse, pluridisciplinari e variate.

Nel passaggio da un’epoca all’altra si perdono due elementi: le competenze tecniche dell’urbanista (le presunte certezze a volte rispolverate sotto qualche forma di urgenza ambientale o economica); e la connessione con i processi di trasformazione urbana, in particolare ma non solo con le componenti più dure di organizzazione immobiliare e fondiaria. Questa perdita è grave in un Paese che non ha mai avuto una politica e strumenti per la gestione fondiaria; ancora più grave nel momento in cui si dovevano gestire trasformazioni complesse come quelle legate alla rigenerazione urbana. Probabilmente insuperabile per affrontare la questione della transizione energetica, del clima e in generale della sostenibilità. In ogni caso, politiche e strumenti che valevano per la prima fase non erano adatte alla seconda; le sperimentazioni di quest’ultima sono state però assai modeste e dai risultati critici (partnership, programmi complessi, società di trasformazione urbana, ecc.).

Per gestire la prossima fase è probabilmente necessario ripensare completamente sia il quadro programmatico che le politiche.

Questa distinzione richiederebbe naturalmente molte argomentazioni e nella brevità di esposizione consentite da questo documento non può che suscitare perplessità. Ma sembra una premessa necessaria per dare conto della grande varietà di suggerimenti e proposte che il Comitato scientifico ha finora raccolto. Diversità che però rimandano a due raccomandazioni di fondo che qui vengono riprese con riferimento a molti interventi svolti nel precedente incontro:

  • la distanza critica verso una certa forma metafisica delle proposte recenti (a carattere utopista o fondamentalista), o meglio una forma normativa che si vuole indipendente, certa e previa rispetto ai rapporti ma anche ai saperi tra gli attori;
  • l’attenzione alla dis/articolazione tra spazio e società, con tutti gli elementi di relazione complessa e di co-determinazione che, all’affacciarsi del nuovo secolo, portano a nuove tensioni nella convivenza, riaprendo questioni che si credevano risolte mettendo in crisi numerose certezze anche tecniche.

E’ bene precisare che il carattere metafisico dipende non solo dal carattere utopistico o astratto delle politiche, ma dalla presunzione tipica della prima fase di controllare la forma della politica (il non problematico buon governo, sostanzialmente ignaro delle logiche politiche). Questo atteggiamento diventa ancora più rischioso se accoppiato all’insicurezza o indeterminazione tecnica tipica della seconda fase, quando cioè le proposte sostantive sono deboli o debolmente argomentabili se non per imperio politico, rischioso e raro per l’appunto. E infine, la nuova disarticolazione reimpone di considerare di nuovo la domanda di cosa conosciamo e come lo conosciamo, e quindi cercare argomenti più forti o per lo meno più fortemente sostenibili, a fronte però di una consapevolezza sull’agency politica che invece è un poco meno superficiale (anche se va detto che su questo punto c’è ancora molto da fare).

 L’orizzonte culturale nel quale si iscrive il programma di Urban@it prevede dunque di trattare in modo non metafisico, adottando cioè una prospettiva di indagine aderente ai processi e dialogica sui valori, le nuove tensioni generate dalla complessiva disarticolazione socio-spaziale. E si noterà che anche solo da queste due prime raccomandazioni nascono una serie di suggerimenti operativi di sicuro interesse che sarebbero sufficienti a riempire l’agenda dei prossimi anni (cittadinanza, nuova questione abitativa, efficacia e operatività, emergenza meridione, immigrazioni, rigenerazione urbana, ecc.). Tutti questi temi hanno rilevanza e priorità e in qualche misura fanno tutti parte del programma di ricerca. Per capire da quale parte cominciare vale la pena approfondire le due raccomandazioni iniziali che costituiscono il nocciolo dell’orientamento di Urban@it.

Se questa ipotesi è vera, vuol dire che il minor o maggior successo nella prima fase non dipendeva tanto dalla bontà delle ipotesi, del sapere e del ruolo ma dalle condizioni di contesto, e dalla congruità a queste condizioni. E viceversa, non è tanto il valore inferiore del sapere e del ruolo nella seconda fase a pregiudicarne i risultati, ma soprattutto la sordità, artificialità e distanza dei processi. Per dirla in breve, l’urbanistica della ricostruzione aveva un ruolo sociale, quella del secondo periodo molto meno. E per abbozzare una conseguenza paradossale, la prima fase possedeva certezze tecniche senza porsi molti problemi tecnici (la vicenda degli standard è esemplare: una soluzione chiaramente politica e di nullo contenuto tecnico); e la seconda ha subito molti insuccessi politici pur avendo tematizzato il problema della politica (il governo del territorio è la dizione che evidenzia il problema senza dare indicazioni sulle soluzione).

Questa sequenza appena sbozzata porta dunque a chiedersi come definiamo le aree di certezza e consenso (una delle possibili definizioni di conoscenze tecnicamente accettate) rispetto alle molte e diversificate aree di conflitto e incertezza, per restare a un riferimento comune a molti. E sembra quasi ovvio concludere a questo punto che gli elementi che non pongono problema, i problemi risolti, non sono molto numerosi. Ma questo si badi bene non vuole dire che tutti i problemi che restano sul campo siano egualmente viziosi. E il compito di Urban@it è anche quello di contribuire a illuminare questa soglia e indirizzare gli sforzi nella giusta direzione. In particolare perché i problemi che restano richiedono non solo una maggiore competenza, un sapere esperto più specifico, ma un differenziale politico, una capacità di affrontare in maniera esperta dei percorsi di governo evidentemente non unitari. Infatti, la lacuna di questo secondo periodo è stata proprio aver tematizzato il tema del governo senza abbandonare le primitive metafisiche. Insomma, molti che hanno seguito la riflessione sulle nuove politiche l’hanno condotta non solo in modo non problematico, ma prefoucaultiano se non prelefebvriano. E adesso che sarebbe necessario generalizzare un approccio maturo, ci si trova stretti da una deriva di cambiamento sociale e dalle nuove rigidità dell’austerità che impongono un ulteriore salto di scala e di immaginazione rispetto agli anni Ottanta.

Tornando alle linee scientifiche di Urban@it, il programma di lavoro dell’associazione deve riguardare i problemi e le condizioni di azione nelle condizioni di un paese che è in qualche modo governato, ma certo non secondo i principi di Einaudi; che continua a produrre trasformazioni urbane, ma non necessariamente funzionali allo sviluppo capitalista; e che affronta i problemi sociali, non senza qualche rozza efficacia, nel modo usuale di disperderli a casaccio sul territorio.

Pertanto, il problema che l’associazione ha sollevato a proposito dell’agenda riguarda la capacità di compiere due operazioni al tempo stesso:

a) rilevare le nuove forme di agency, anche per ovviare al silenzio della politica spesso evocato e al problema comunque della formazione di un’azione collettiva;

b) descrivere in maniera specifica e pertinente (né letteraria né ideologica, come direbbe Benevolo) gli effetti delle azioni collettive, rispetto soprattutto alle loro dimensioni territoriali cioè agli effetti di opacità e resistenza delle strutture spaziali.

In conclusione, le linee scientifiche che si propongono sono le seguenti:

  • dare priorità alla riflessione sulla operatività delle politiche pubbliche per le città, le priorità, l’efficacia, il rapporto tra mezzi e fini. Una riflessione iniziale potrebbe per l’appunto tornare a guardare chi fa cosa, come hanno fatto i due primi Rapporti, ma chiedendosi anche cosa ha funzionato e cosa no. In questo senso, operatività significa chiedersi in profondità quale forme di governance e quali strumenti di policy hanno condotto a certi risultati in un contesto dato, in un certo momento. A questo fine, nel prossimo Rapporto potrebbe essere utile una riflessione sull’esito e l’efficacia delle grandi opere rimaste a mezzo del guado in varie città d’Italia. Allo stesso titolo, una riflessione sullo stato delle periferie e le priorità di rigenerazione urbana sarebbe altrettanto importante. I due temi potrebbero essere messi in cantiere contemporaneamente. La scelta di quale tema indicare per il prossimo Rapporto e quello successivo resta comunque aperto;
  • nell’attesa di disporre di fondi aggiuntivi, e dovendo fare ricorso alle ricerche esistenti, affinare la capacità di fare letture di secondo grado, comparative, prospettiche e critiche delle ricerche esistenti; le Università fanno ricerca, Urban@it dovrebbe dare qualcosa di più e di diverso, una sede per mettere insieme queste ricerche e confrontarsi con nodi pratici: per esempio, adottando un metodo di lavoro più prossimo ai policy maker come agli altri attori della costruzione della città, innovando molto rispetto alle forme di intervento alle quali siamo più abituati;
  • anche a questo fine, occorre esplorare nuove forme di comunicazione, anche sintetiche e diverse dal Rapporto. Occorre fare della formazione, del dialogo, delle tavole rotonde ma farle in modo istruito, dando agli operatori elementi per prepararsi.