di Francesco Gastaldi*

Un’amica mi racconta che lei e i suoi due figli sono in casa in DAD, Giulio ha realizzato una mini palestra nel garage degli anziani genitori, Luca nel week-end si trasferisce a lavorare nella casa dei nonni, Giulia vorrebbe una stanza in più o perfino comprare il monolocale del vicino…. Nell’ultimo anno la casa è diventata il nostro microcosmo, spesso abbiamo improvvisato fra le mura domestiche un ufficio, postazioni pc, uno spazio per attività fisica, uno per la pausa pranzo e il corridoio è pieno di materiali di lavoro. Secondo alcuni osservatori il Covid ha evidenziato nuove esigenze dell’abitare: c’è bisogno di maggiore flessibilità, le case saranno sempre più spazi pratici che devono somigliarci, adatte alle nostre eterogenee esigenze, ai nostri (nuovi) stili di vita e di consumo, secondo altri invece, c’è bisogno di nicchie protettive, di ambiti divisi e insonorizzati per i diversi membri della famiglia, quindi maggior rigidità. Esistono casi, non rari dopo un anno, di positivi o ammalati nello stesso appartamento con igienizzazioni continue e pranzi passati attraverso una porta. Tutti abbiamo prolungato la permanenza fra le mura domestiche, abbiamo (ri)scoperto le nostre case, vecchi ricordi in scatole ormai dimenticate, i nostri quartieri, aspetti del nostro vicinato che non conoscevamo o non ricordavamo più.

“Dove, come, con chi sono variabili che possono mutare nel corso dell’esistenza, anche con una certa frequenza, ma sono sempre di più terreno di scelta e di opzioni”. Così Arturo Lanzani e Elena Granata del Politecnico di Milano descrivevano una decina di anni fa quella che loro definivano la “metamorfosi dell’abitare”. I cambiamenti che interessano le dinamiche demografiche e la conseguente evoluzione del tradizionale modello familiare e i mutamenti intercorsi nel lavoro hanno avuto negli ultimi anni effetti rilevantissimi sulle modalità di utilizzo del patrimonio abitativo. Fino all’accelerazione dell’ultimo anno, dall’esterno tutto ci sembra invariato, ma se osservassimo le pratiche d’uso dall’interno, scopriremmo cambiamenti dirompenti, forse non del tutto ancora compresi nel loro impatto, nella loro entità e negli effetti, anche territoriali, generati. Ci siamo tutti organizzati in fretta e furia, le modalità che supponevamo provvisorie durano ormai da un anno, i luoghi (ipotizzati come temporanei) dello smart working stanno diventando sempre più stabili, questo porterà ad una necessità di ripensamento degli edifici destinati solamente ad uffici, in modo da renderli funzionali per un nuovo utilizzo in presenza di 2/3 giorni settimana.

Stefano Boeri, architetto di fama internazionale e docente del Politecnico di Milano ha parlato della necessità di case fluide per il post pandemia, di un abitare che sarà mutato dal concentrare insieme vivere, ma anche lavorare e fare attività fisica. Boeri in alcune sue proposte ha parlato di co-working condominiali, di tetti da riscoprire come spazi di vita e di incontro, di pianerottoli che assumeranno un ruolo fondamentale, non di mero passaggio, ma luoghi di filtro. Le case dovranno abbandonare la visione “scatolare” attuale con una suddivisione degli ambienti in base alle funzioni, in favore di una più elastica dove la sfera lavorativa si mescola con quella privata e non necessita più di rigidità? Ci sono tanti aspetti progettuali che ci spingono a riflettere, si sente la necessità di case “multifunzione” che dovranno essere in grado di offrire benessere fisico e mentale, spazi per la pausa pranzo e materiali di lavoro, tecnologie per le telecomunicazioni. In ogni caso avremo bisogno di spazi molto diversi da quelli del 900 in cui gran parte del patrimonio abitativo italiano è stato realizzato, dopo il Covid le nostre case saranno ancora più vecchie, inadeguate, superate.

*Professore associato di Urbanistica, Università IUAV di Venezia                                                         gastaldi@iuav.it