di Alessandro Balducci*

La Fondazione Enrico Mattei ha lanciato una survey fra 25 esperti provenienti da 20 città globali di ogni parte del mondo sugli effetti che il COVID-19 avrà sulla vita delle popolazioni nelle città.

Mi è capitato di partecipare al panel ed ho seguito con interesse le diverse fasi della ricerca; mi sembra importante riportare nella discussione aperta in Urban@it alcune riflessioni a partire dai risultati dei quali è stata resa pubblica una sintesi ( https://www.feem.it/en/news/feem-presents-which-future-for-the-cities-after-covid-19-an-international-survey-/)

La ricerca è stata promossa da quattro noti colleghi che hanno o hanno avuto importanti posizioni:

Francesco Bandarin, (UNESCO), Enrico Ciciotti, (Università Cattolica di Piacenza), Marco Cremaschi, (Sciences Po, Paris, già Presidente del nostro Comitato scientifico di Urban@it) e Paolo Perulli, (Università del Piemonte Orientale).

In un momento in cui il dibattito sembra polarizzato fra catastrofisti e negazionisti gli esperti convergono sul fatto che un cambiamento profondo è avvenuto, che questo cambiamento produrrà a lungo effetti e che le città sono la risposta al problema, non sono il problema.

Ci vorranno 2-3 anni per uscire dalla crisi, ma alcuni grandi fenomeni sembrano del tutto evidenti:

  • il crescente ruolo del pubblico, dopo una lunga fase di sua riduzione;

  • la nuova integrazione fra fenomeno urbano e mondo digitale in una ricombinazione che ha subito una straordinaria accelerazione.

Sono cambiamenti che richiedono alle città di rafforzare la propria resilienza, la preparedness di fronte all’imprevedibilità degli eventi. Le città rimarranno attrattive, ma dovranno ridefinire l’alleanza tra luogo e rete, dimensione fisica e digitale delle relazioni, spazio urbano ed infrastrutture.

Le domande sono state sottoposte agli intervistati su 12 temi.

L’accesso a beni e servizi, che vedrà la forte espansione dell’acquisizione a distanza dall’insegnamento agli acquisti on line, con la necessità di investimenti nella logistica e nella infrastruttura informatica. E con l’emergere di una aumentata disuguaglianza legata al digital divide.

I trasporti, che vedranno grazie al telelavoro la riduzione della mobilità obbligata, la riorganizzazione del trasporto pubblico, la crescita di forme di mobilità individuale potenzialmente più sostenibili.

Il turismo, che soffrirà una crisi profonda in particolare nei suoi comparti di massa, con effetti drammatici su alcuni settori (trasporto aereo e navale) e sulle città in questo specializzate, ma che vedrà riemergere anche un turismo domestico, meno massivo.

La cultura, che subirà anch’essa una crisi profonda di tutto il settore museale e dello spettacolo, muovendosi verso l’online e tutti i luoghi che consentiranno distanziamento e rispetto delle precauzioni sanitarie;

La casa e i servizi, un problema già molto presente prima della crisi, che si acutizzerà, producendo una moltiplicazione della domanda di assistenza da parte delle popolazioni più vulnerabili, che vedrà un aumento degli homeless, che si porrà in modo drammatico negli insediamenti informali dei paesi più poveri.

I servizi sanitari, quelli sui quali la pandemia si è abbattuta trovando il sistema in gran parte impreparato, afflitto dai molti tagli al bilancio perpetrati negli anni, che dovrà fare i conti con la necessità di ricostruire presidi decentrati legati alla prevenzione, a riportare nei diversi paesi la produzione del materiale medico indispensabile che la globalizzazione aveva concentrato solo in alcuni luoghi.

L’organizzazione del lavoro, con l’espansione del lavoro non manuale online che richiede il potenziamento delle infrastrutture, e con la sostituzione e la automazione del lavoro manuale ripetitivo, che però occupa fasce importanti di popolazione a basso reddito accentuandone le difficoltà.

I sistemi di produzione, che segneranno una crisi del passato modello di globalizzazione, il riavvicinamento delle catene di produzione, la ridefinizione delle alleanze commerciali e dei sistemi di logistica che diventeranno centrali.

Il consumo, che vedrà effetti di riduzione di fronte alla crisi, di sviluppo potente dell’online, di crisi della grande distribuzione, ma anche di recupero del commercio di quartiere.

L’urbanizzazione, che come detto non vedrà una crisi delle città, ma offrirà necessità/opportunità di ristrutturare le città per quartieri, di portare urbanità in aree suburbane o interne, di affrontare i problemi della riqualificazione negli insediamenti informali dei paesi più poveri dove il distanziamento fisico è difficile con situazioni di estremo pericolo.

La governance, che ha mostrato tutti i suoi limiti di fronte alla crisi e che richiede di essere ripensata con un ridisegno dei rapporti tra istituzioni e società civile.

Questi i temi che ho cercato di sintetizzare in poche righe costruiscono una vasta agenda che chiede alla azione pubblica di affrontare l’insieme delle situazioni di crisi provocate o rese evidenti dalla pandemia.

In una parte finale sulle implicazioni di policy desumibili dalla survey i promotori mettono in evidenza in primo luogo come alla luce di quanto è avvenuto acquista un nuovo senso molto concreto l’obiettivo 11 degli SDG delle Nazioni Unite: rendere le città Inclusive, sane, resilienti e sostenibili.

La novità, sottolineano i promotori, è l’approccio globale centrato sulle città, che sono attori capaci di muovere le leve necessarie ad uscire dalla crisi legata al COVID-19 non soltanto tamponando le ferite, ma anche costruendo le condizioni per un miglioramento delle condizioni di vita.

Una strategia che deve essere basata su un maggiore orientamento verso i mercati interni e la risposta ai bisogni dei cittadini, su un uso della tecnologia al di là della retorica della smart city; su una nuova forma di pianificazione non dirigista, capace di far lavorare assieme istituzioni, Università, imprese con le organizzazioni della società civile, e che deve essere in grado di esplorare modelli di governance che uniscono le spinte provenienti dal basso integrandole in un quadro più generale.

Si tratta come si vede di uno scenario ricco di spunti per definire una avenue of escape dalla crisi attuale fondata su città più abitabili, più locali che globali, meno diseguali, più flessibili, più capaci di adattamento, con un uso migliore dello spazio pubblico, con una riscoperta della prossimità ed una piena scoperta di tutto quanto può essere fatto in rete dal telelavoro al rafforzamento di comunità a distanza, con una grande attenzione alla qualità ambientale.

Sono temi che potrebbero riguardare da vicino i grandi investimenti anticiclici che vedranno impegnati i diversi paesi nei prossimi anni.

*Politecnico di Milano                                                       sandro.balducci@polimi.it