di Elena Corsi e Franco Sacchi*

E’ il 1906 quando a Milano viene deposta la prima pietra della nuova Stazione Centrale di Milano, progettate le Officine Falck, fondata la Società Milanese di Medicina e Biologia, alla Scala Arturo Toscanini dirige la Carmen di Bizet, viene aperta al pubblico la linea ferroviaria del Sempione, l’ing. Achille Bassetti presenta un progetto per la Metropolitana e viene inaugurata l’Esposizione Universale, che porta a Milano gente e congressi: quello delle Camere di Commercio, quello delle Camere del Lavoro, il III Congresso Internazionale di automobilismo, il V Congresso Internazionale dei Lavoratori dei trasporti, il I Congresso Internazionale per le malattie del lavoro. La popolazione del Comune di Milano è di 574.597 residenti, ci sono 300mila vani, 300 km di strade.

Ottanta anni dopo, nel 1986, la popolazione è di 1.507.398 abitanti e un editoriale de “Il Giornale” racconta: “Milano ha grandi sfide davanti a sé. Dopo essere stata la città simbolo della società industriale in Italia, è diventata il laboratorio del post industriale. E’ la capitale dei network, prepara e vende servizi sofisticatissimi e complessi, prodotti finanziari di avanguardia, rinnova e ristruttura con rapidità prodigiosa. L’occupazione è ancora compressa, ma già si intravvedono i segni del futuro: una singolare nuova immigrazione, ad esempio, fatta di modelle e creativi impiegati nella pubblicità, di tanti freschi lavoratori autonomi, gente che ha rinunciato al progetto del posto sicuro. Quella di accogliere e assimilare i forestieri è una plurisecolare tradizione milanese. La stagione dei colletti blu declina ma l’idrovora ambrosiana continua a pompare dal resto del paese gente e talenti. Braudel diceva che tutte le grandi città hanno un destino di splendori e decadenze e stanno tra loro in un ordine gerarchico sempre provvisorio. Pare sia inevitabile e la vitalità di ogni centro è costituita da un’instabile miscela di risorse e intuizioni, cultura e potere, società, politica e mercato”.

Oggi, a 4 anni dalla chiusura dell’Expo e in attesa delle Olimpiadi invernali del 2026, anche uno sguardo superficiale coglie, della città, quel “destino di splendore”. Assolombarda e Comune di Milano, con L’Osservatorio Milano (  https://www.assolombarda.it/centro-studi/osservatorio-milano ), giunto alla sua terza edizione, propongono una lettura che attraverso 224 indicatori raccolti e analizzati dai centri studi degli Enti locali e dei principali istituti di rappresentanza economica e sociale del territorio, misura l’attrattività e la competitività di Milano nel confronto internazionale. La città si afferma sempre più come città globale e attrattiva, ma il valore originale di questo studio sta nell’aver saputo evidenziare anche le ombre che emergono, legate a condizioni di disagio di alcune parti della società milanese. Condizioni su cui intervenire per far funzionare al meglio la “Filiera-Futuro” milanese, come afferma il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, e per innescare quella “rivoluzione sociale” che il Sindaco Sala vuole far partire proprio da Milano, per fare della città un laboratorio di cambiamento.

La Milano fluente, in termini di ripresa demografica, performance occupazionali, crescita del reddito e poi ancora attrattività, propensione innovativa, reputazione internazionale, stabilità e affidabilità amministrativa e la Milano in affanno, con i fenomeni di crescente fragilità e disuguaglianza sociale (disoccupazione, precarietà, la varietà delle tipologie di disagio, esclusione e povertà, ma anche decadimento di porzioni non trascurabili di ceto medio, casi di working poor, housing affordability, ecc.), insieme a squilibri territoriali (la questione periferie che riguarda sia la scala urbana che metropolitana) e ai rischi ambientali (legati, in particolare, alle emissioni in atmosfera o all’assetto idrogeologico) sono due facce della stessa medaglia.

Se lo sviluppo economico non è “una marea che alza tutte le barche” in egual misura, ma è invece un fenomeno “squilibrante”, che premia selettivamente alcuni segmenti dell’economia e della società – e in modo corrispondente alcuni territori – allora non basta proporsi obiettivi di crescita. Occorre invece associare alle politiche finalizzate allo sviluppo politiche pubbliche regolative, che si propongano obiettivi di inclusione, integrazione, coesione, riequilibrio, responsabilità sociale e ambientale, da praticare in una logica di interdipendenza e mutuo vantaggio tra Comune capoluogo e i vari territori metropolitani. La riduzione dei divari economico-sociali e degli squilibri territoriali non ha a che fare solo con una più o meno desiderabile aspirazione all’uguaglianza, ma risponde a una necessità di riproduzione del “modello Milano”, in un ecosistema nel quale l’indebolimento, oltre una certa soglia, di una “parte” è destinata a riverberarsi sul “tutto”, con effetti negativi sull’intero corpo socio-economico e territoriale e persino sul sistema politico-istituzionale.

*Centro Studi Pim                       elena.corsi@pim.mi.it                          franco.sacchi@pim.mi.it