di Francesco Chiodelli*

Pubblichiamo, in accordo con l’autore, l’articolo uscito su “il Manifesto” del 15/5/2020

La situazione di crisi legata alla pandemia ha bruscamente enfatizzato l’importanza dell’oggetto-casa e messo in luce come la stratificazione sociale del paese si riverbera plasticamente non solo nelle caratteristiche fisiche dell’abitazione, ma anche nelle sue forme di possesso.

In Italia l’affitto, infatti, è nella maggior parte dei casi prerogativa dalla popolazione più povera o precaria, mentre la proprietà della casa ha sempre rappresentato, nella cultura e nella prassi nazionale, l’emblema dalla stabilità. In sintonia con decenni di politiche pubbliche che hanno incentivato la proprietà dell’abitazione, ciò ha fatto sì che l’Italia sia oggi un paese in cui i quattro quinti della popolazione vivono in una casa di proprietà. In questo quadro, il settore dell’affitto è sempre stato marginale. A cui si accompagna la debolezza cronica dell’edilizia pubblica: segnata da decessi di disinvestimento e privatizzazione, quest’ultima non è oggi in grado di rispondere, se non in misura parziale, alle necessità della popolazione più bisognosa (si consideri che oggi sono circa 650.000 le famiglie in attesa di un alloggio pubblico).

Su questo sfondo è probabile che la crisi innescata dal COVID19 amplifichi ancora di più il divario esistente tra proprietari e affittuari, esacerbando la crisi abitativa che, già prima della pandemia, colpiva soprattutto la popolazione in affitto. Nel 2014 in Italia erano quasi 1,3 milioni i nuclei famigliari che spendevano più del 40% del proprio reddito nell’affitto. Per molti di costoro una diminuzione di reddito causata dalle misure per contrastare la pandemia potrebbe significare l’impossibilità di pagare l’affitto, con il conseguente rischio di sfratto.

A fronte di tutto ciò, il governo non ha fatto quasi nulla. L’unico intervento promosso in questi mesi è stato un decreto, approvato la settimana scorsa, che aumenta di 60 milioni la dotazione del “Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione” – senza che però ciò possa costituire un’efficace risposta al problema, perché le risorse stanziate sono briciole rispetto alle reali esigenze. E nelle 464 pagine del Decreto Rilancio non compare una sola riga sul tema dell’abitazione in affitto (il sostegno alla locazione riguarda solo gli immobili a uso non residenziale), mentre della principale misura prevista in relazione alla casa (lo sgravio fiscale per gli interventi di riqualificazione energetica) beneficeranno essenzialmente i proprietari.

Ci sarà dunque (e, forse, già c’è) una crisi nella crisi: quella delle famiglie in affitto. In questo quadro, a essere colpiti saranno soprattutto i migranti. Questi ultimi, infatti, vivono nella maggior parte dei casi in affitto e sono tra i più esposti a situazioni di disagio abitativo – ben più esposti degli italiani con analoghe condizioni di reddito. I motivi sono diversi. In primis, i migranti non possono contare sul supporto della famiglia (elemento vitale per moltissimi italiani) nell’accesso alla casa – dovendo spesso, al contrario, sostenere economicamente i propri famigliari rimasti nel paese di origine. Non è un caso che mentre il 76,5% degli italiani vive in una casa in proprietà, questa percentuale crolla al 27,9% quando il nucleo è composto da almeno uno straniero. In secundis, in molti casi i migranti non possono contare sul sostegno pubblico, per esempio a causa di forme di discriminazione. E’ questo il caso della Lombardia, che per molto tempo ha previsto il vincolo di 5 anni di residenza nella regione per poter accedere all’edilizia pubblica, vincolo che è stato rimosso solo recentemente grazie all’intervento della Corte Costituzionale. Per di più capita che l’affitto richiesto ai migranti sia più alto (secondo alcune ricerche, del 10-20%) rispetto a quanto verrebbe chiesto a un italiano. Tutto ciò si interseca con un quadro in cui i migranti versano in molti casi in situazioni di povertà o comunque percepiscono salari molti bassi (nel 2014, le famiglie di soli stranieri in situazioni di povertà assoluta erano il 23,4% del totale, contro il 4,3% delle famiglie di soli italiani).

Quanto detto finora vale per i migranti regolari. Se si rivolge l’attenzione ai migranti irregolari, la situazione diventa ancora più drammatica. Per loro affittare regolarmente una casa è impossibile e così, spesso, non possono far altro che rivolgersi al mercato nero dell’affitto. Non solo ciò determina che, in molti casi, le condizioni abitative di queste persone sono pessime, ma anche che questi migranti non hanno alcuna delle tutele offerte a chi affitta regolarmente.

Se dunque, per milioni di italiani, la pandemia ha portato con sé (talvolta in maniera drammatica) la sottolineatura della centralità della casa, tale centralità non si è riverberata nel dibattito pubblico e tanto meno nell’azione di governo – in linea, purtroppo, con la decennale marginalizzazione politica delle questioni legale alla casa in Italia. Così, mentre il governo ha (giustamente) obbligato gran parte della popolazione italiana a rimanere in casa per settimane, si è paradossalmente (e pilatescamente) disinteressato di cosa ciò comportasse proprio in relazione all’oggetto-casa.

* Docente di geografia economica e politica, Università di Torino               francesco.chiodelli@unito.it