di Gianfranco Viesti*

Le richieste di autonomia differenziata avanzate dalle regioni Lombardia e Veneto (e in parte dall’Emilia-Romagna) sollevano, come già più estesamente discusso in un recente contributo, almeno tre ordini di rilevanti problemi.

Il primo sono le modalità di finanziamento delle materie trasferite alle regioni. Si punta a determinare “fabbisogni standard” collegati al gettito fiscale regionale. Se appare condivisibile l’idea che si debba superare il criterio della spesa storica, il processo di determinazione dei fabbisogni standard andrebbe certamente preceduto dalla determinazione dei Livelli Essenziali della Prestazioni previsti dalla Costituzione; dovrebbe essere attuato con parametri ed indicatori validi per l’intero territorio nazionale e non solo per le regioni coinvolte; in una sede istituzionale nella quale siano rappresentati tutti gli interessi; con una chiara simulazione degli impatti a regime e con una valutazione finale da parte del Parlamento. Dai criteri per la determinazione dei fabbisogni dovrebbe essere certamente escluso ogni riferimento al gettito fiscale, per non differenziare i diritti di cittadinanza a seconda della residenza.

Il secondo riguarda l’estensione delle materie coinvolte. Vanno certamente salvaguardate le legittime richieste di autonomia su specifiche questioni, e le possibilità di pervenire ad un’azione pubblica più efficiente anche grazie a modalità di decentramento più funzionali. Ma le 23 materie coinvolte sono assai disparate. Andrebbe verificato se le richieste delle regioni non possano essere semplicemente soddisfatte attraverso un maggiore decentramento amministrativo ed una diversa organizzazione delle attuali politiche pubbliche. In alcuni ambiti, quantomeno per le grandi reti e la tutela della salute, il passaggio ad una competenza regionale esclusiva non pare certamente opportuno. La regionalizzazione della scuola fa storia a sé: è una scelta politica radicale, che può indebolire e distorcere gravemente una delle istituzioni fondamentali per la vita del paese e che andrebbe senz’altro evitata. In generale va fatta una riflessione molto attenta sulle difficoltà di attuazione delle politiche pubbliche in un paese con quattro regioni a statuto speciale e due province autonome, tre regioni (ma che potrebbero presto diventare almeno sette) con ambiti diversi di autonomia rafforzata e le altre a statuto ordinario; e con un’autorità centrale che si troverebbe a gestire ritagli di competenze e funzioni residuali.

Il terzo riguarda il processo decisionale. L’opinione pubblica non è assolutamente informata; i partiti politici sono silenti. Il Parlamento dovrebbe poter analizzare questo coacervo di temi e di materie, dibattere approfonditamente sulle diverse questioni ed esprimere la propria volontà: ad esempio con una risoluzione o con un atto di indirizzo su una bozza di intesa, e comunque prima che il Governo sottoscriva qualsiasi Intesa vincolante. Invece il Parlamento potrebbe essere chiamato ad una mera ratifica; dopo la quale tutto il potere di definizione delle materie e dei risvolti finanziari sarebbe nelle mani di Commissioni tecniche paritetiche Stato-Regione, senza possibilità di variare in alcun modo in futuro le Intese se non con l’accordo delle regioni coinvolte.

Più in generale tutto questo processo dovrebbe essere avviato dopo una profonda e ormai necessaria, riflessione su e revisione di alcuni cruciali aspetti del regionalismo italiano. Anche perché, come ha scritto Marco Cammelli, “senza integrali e preliminari riforme del suo funzionamento il distacco di quote di funzioni per aree territoriali circoscritte non porta al decentramento per alcuni, ma allo sgretolamento per tutti”. Appaiono indispensabili attente riflessioni ad esempio, sul numero e sulla dimensione delle regioni; sulle evidenti disparità di trattamento fra i cittadini delle regioni a statuto speciale e a statuto ordinario; sul ruolo del tutto particolare di Roma Capitale, assimilabile molto più ad una regione che ad una municipalità; sulle modalità per assicurare una efficace collaborazione interistituzionale, tanto verticale (fra Stato e Regioni) quanto orizzontale (fra diverse regioni); sugli assetti dei poteri subregionali, delle grandi città e delle aree metropolitane.

*Università di Bari          profgviesti@gmail.com