di Pietro Maria Alemagna*

Domenica 29 settembre 2019 è morto l’architetto Giuseppe Campos Venuti. Pubblichiamo questa breve analisi del suo approccio all’urbanistica e del suo lavoro per il Comune di Bologna.

Giuseppe Campos Venuti è chiamato a Bologna nel 1960 da Renato Zangheri, responsabile della cultura nel PCI cittadino. Entra a far parte di una Giunta che va ricordata tutta nel suo insieme per l’impegno, l’affiatamento e la chiarezza di intenti e che, anche in rottura con la gestione passata di Dozza, avvia una nuova stagione di tutta la politica cittadina. Questa nuova politica non riguarda solo l’urbanistica ma la cultura, con una programmazione innovativa e multidisciplinare, la scuola, con le prime applicazioni della riforma della vecchia scuola materna e dell’asilo nido e la diffusione di tutti i servizi pubblici in generale dall’assistenza sanitaria domiciliare agli anziani ai campi estivi giovanili. L’istituzione dei Consigli di quartiere nel 1963 permette infine a questa politica di confrontarsi con i cittadini e di aprire una modalità di partecipazione alle scelte pubbliche, unica in quel momento in Italia.

E’ in questo contesto, che spesso si dimentica, che inizia il lavoro di Campos a Bologna. E’ in questo clima che si sviluppano quelle strette relazioni fra l’insieme delle politiche urbane che costituiranno la vera innovazione di quel momento.

Con un memorabile intervento, pronunciato in Consiglio comunale durante la discussione sul bilancio del 1961 e poi pubblicato col titolo” Politica urbanistica a Bologna. Orientamenti programmatici” Campos traccia le linee per una nuova stagione dell’urbanistica cittadina a partire da una visione di pianificazione allargata alla dimensione intercomunale e regionale che si attuasse con continuità nel tempo.

Una “periferia” valorizzata da un’edilizia economica e popolare di qualità collocata nelle aree di espansione più pregiate. Un centro storico da conservare insieme ai suoi abitanti. Una collina verde, sottratta alla speculazione edilizia, punteggiata da grandi parchi pubblici. Una diffusione di capillare di servizi, a partire da quelli scolastici. Uno sviluppo industriale equilibrato supportato da una efficiente rete viaria. Una città di una dimensione giusta per essere amministrata: una città ancora a “misura d’uomo”. Questa è la Bologna che lui contrappone all’allora vigente piano di Plinio Marconi da un milione di abitanti, dalle espansioni in collina e a macchia d’olio in periferia e dagli sventramenti nel centro storico per favorire la circolazione automobilistica.

Non è lui ad attuare il disegno avviato in quanto esce dalla Giunta nel 1966 non prima però di avere fatto approvare nel 1962 dal Consiglio comunale il principio di anticipare la agognata riforma urbanistica nazionale utilizzando il Peep per “sottrarre aree alla rendita urbana” e “come elemento determinante dello sviluppo urbano”.

I piani di salvaguardia della collina e del centro storico saranno del 1969 e la variante generale al PRG del 1973. Ma è lui ad avviare collaborazioni con studiosi di fama nazionale come Insolera, Benevolo, Aymonino, Vittorini e Novella Sansoni che danno struttura e scientificità alle ricerche di supporto. E’ la sua stretta collaborazione con l’assessore al patrimonio Armando Sarti, poi assessore all’urbanistica dopo di lui, che permette di avviare quella politica di acquisizione delle aree fondamentale per la nuova politica urbanistica. E’ lui a costruire un ufficio tecnico comunale in cui si formeranno giovani architetti come Pierluigi Cervellati, Giancarlo Mattioli, Franco Morelli ed altri ancora che poi svilupperanno ed attueranno i suoi orientamenti programmatici.

Un programma organico e lungimirante che mantenesse ferma la lotta alla rendita urbana e da attuare progressivamente nel tempo: “la pianificazione continua”. L’urbanistica come strumento centrale per l’amministrazione della cosa pubblica insieme a due parole chiave che poi resteranno ferme nella sua vita: “riformismo” ed “austerità. Questa la strada che Campos indica per far si che le scelte di pianificazione diventino “urbanistica realizzata” . Quella urbanistica, che tanto per dirla con lui, “lascia tracce visibili sulle città e sui territori coinvolti” al contrario di quella che” non lascia nulla e che diventa solo letteratura”.

E a Bologna queste tracce sono ancora oggi ben visibili e sotto gli occhi di tutti.

  •    Architetto                                                                   pm.alemagna@gmail.com