di Vittorio Ferri*

Già negli anni scorsi di fronte a numerosi problemi pubblici è stata evocata la necessità di un Piano Marshall. In queste settimane di crisi sanitaria ed economica i riferimenti a questo straordinario esempio di programmazione economica si sono moltiplicati. Vale la pena di ricordare i principali fattori di contesto e le caratteristiche dell’European Recovery Program (ERP), il cosiddetto Piano Marshall, e soprattutto di approfondire la figura di George Marshall. Nel 1947 il presidente USA Harry Truman (democratico) nominò George Marshall segretario di Stato per realizzare il più grande programma di cooperazione internazionale della storia.

Perché Piano Marshall e non piano Truman? Due le ragioni: l’anno di approvazione del ERP coincideva con le elezioni politiche USA; il Congresso era a maggioranza repubblicana. George Kennan, ambasciatore USA a Mosca, temeva che l’Europa cadesse sotto il dominio sovietico e per questa ragione nel 1949 fu istituita la NATO, con 12 stati aderenti.

L’ERP aveva obiettivi strategici e geopolitici, come il contenimento dell’influenza sovietica; doveva servire a ricostruire la distruzione dell’Europa, evitando la sua frammentazione e l’instabilità politica; aveva il compito di aprire un mercato per l’economia USA. Come osservò nel 1947 il segretario di Stato J. Byrnes, predecessore di Marshall, povertà e fame potevano portare solo proteste politiche, tirannia e aggressioni.

Per Marshall, l’ERP era “un obbligo morale, nel nostro interesse, di fare quello che possiamo per aiutare l’Europa”. Così fu presentato l’ERP, poi approvato dal Congresso con voto congiunto di democratici e repubblicani e con una dotazione di 13 miliardi di dollari dell’epoca, circa 150 miliardi di dollari oggi, pari al 10% del bilancio federale, destinati alla fornitura di cibo, carbone, acciaio, petrolio, fertilizzanti, macchinari industriali, risorse finanziarie (prestiti e sovvenzioni a stati e imprese). Per l’Italia, il terzo beneficiario dopo Gran Bretagna e Francia, il sostegno maggiore fu per il settore industriale, mentre furono esclusi dagli aiuti i settori dell’energia (petrolio) e il trasporto aereo.

Il contributo americano è stato inferiore al 5% del reddito annuale dei 16 paesi beneficiari, esclusa la Spagna. Per essi l’ERP rappresentò “l’iniezione nel braccio nel momento critico”. I risultati sono stati di tipo economico, la ricostruzione e l’attivazione della ripresa economica in Europa, e di tipo politico-strategico. L’ERP è stato un esempio di programmazione, di capacità di analisi economica, politica e amministrativa e di visione strategica, dovuta all’azione di tre comitati istituiti da Truman: il primo per analizzare la compatibilità con le risorse nazionali; il secondo per analizzare l’impatto sull’economia americana; il terzo per analizzare i confini dell’assistenza a paesi stranieri, con attenzione alla sicurezza nazionale. Tuttavia, nell’estate del 1947, prima di assumere le decisioni, il Congresso USA inviò 200 membri in Europa per conoscere la situazione sul campo.

George Marshall era un militare di carriera, era stato 45 anni nell’esercito, capo di Stato maggiore dal 1939 al 1945, ministro della Difesa dal 1950, con grandi capacità amministrative e diplomatiche. Nelle parole di Truman, Marshall è stato l’architetto della vittoria, il più grande uomo della seconda guerra mondiale, che ha saputo andare d’accordo con F.D. Roosevelt, W. Churchill, il Congresso americano, la Marina e lo Stato maggiore. Il 10 dicembre 1953 George Marshall ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Nel discorso di accettazione ricordò i morti del secondo conflitto mondiale e auspicò tre condizioni per la costruzione della pace: una migliore educazione; l’apertura delle nazioni alla cooperazione; lo sviluppo di stati democratici. Ricordò che “i principi della democrazia non fioriscono in stomaci vuoti”. Una lezione da non dimenticare.

*Università IUAV Venezia                                                          vittorio.ferri@unimib.it