di Edoardo Zanchini*

Fuga dalle città, da tutte quelle persone e dai rischi di contaminazione, il futuro è nei vecchi borghi. La ricetta proposta dalle archistar italiane Stefano Boeri e Massimiliano Fuksas per uscire dalla crisi del corona virus è senz’altro attraente in questi giorni di quarantena e si presenta come una scommessa green per il futuro del Paese. Attenzione non è una idea estemporanea, figlia della situazione contingente, basti dire che il più recente progetto di ricerca di un guru dell’architettura internazionale come Rem Koolhas, con tanto di mostra al Guggenheim di New York, ha come titolo “Contryside, The Future”.

Proprio il più efficace narratore del fascino delle grande metropoli, delle contraddizioni e congestioni, stimoli, propone di guardare a quel 90% della superficie terrestre che non è urbano. La suggestione è affascinante, oggi trova forza nella crisi climatica che stiamo vivendo e anche in quei colori, suoni e odori della natura che questi giorni di stop del traffico ci hanno permesso di riscoprire, perfino nelle nostre giungle d’asfalto. Ma siamo sicuri che sia questa la prospettiva a cui guardare o non sia piuttosto una resa di fronte all’idea che le citta’ e le periferie italiane si possano ancora cambiare? Ossia di quegli spazi dove si concentrano oggi le più forti contraddizioni e problemi, le maggiori disuguaglianze di accesso a spazi privati dignitosi e pubblici di qualità, ma anche – come abbiamo scoperto in queste settimane – la stessa possibilità per i bambini di seguire lezioni a distanza in famiglie senza connessioni internet e computer. L’errore che non bisogna compiere è pensare che siamo di fronte a un bivio, che il nostro Paese debba scegliere dove ha più senso scommettere, se verso le aree interne o quelle urbane.

Perché come ha sottolineato tante volte Renzo Piano, in Europa non può esistere un contrasto tra civiltà urbana e civiltà rurale. Nel nostro continente e in particolare in Italia, il contrario di città non è campagna, è un deserto come luogo fisico e come solitudine esistenziale, mentre la nostra campagna è antropizzata, è un luogo costruito dall’uomo. Non è la fuga la risposta ai nostri problemi ma tornare a occuparci del territorio e delle città italiane, oltre le mode e le mostre, per fare i conti con cambiamenti di una scala senza precedenti che troppo poco sono stati approfonditi e compresi. Che sono nell’emergenza abitativa e al contempo nel numero incredibile di case vuote, nell’esplosione della mobilità urbana, nelle migrazioni interne e internazionali, nei rischi sismici e idrogeologici del territorio italiano, oggi resi ancora più critici dai cambiamenti climatici. In Italia ci sono oggi migliaia di borghi abbandonati da riqualificare, che potrebbero essere rilanciati attraverso nuove politiche da un lato di innovazione – nell’accesso al digitale e ai servizi, nell’offerta abitativa – e dall’altro di ricostruzione o costruzione di nuovi tessuti sociali, di cui i migliori esempio non sono i borghi restaurati da qualche catena alberghiera americana ma quelli rinati grazie ai migranti con i progetti Sprar nel Mezzogiorno.

Ma non può essere un progetto presentato in contrapposizione alle città, per cui sembra che agli architetti una volta interessi parlare di grattacieli green e il giorno dopo di piccoli comuni, solo per catturare le pagine dei giornali e qualche incarico. Non possono essere posti in alternativa e soprattutto non si può continuare a ignorare il disagio abitativo che vivono milioni di famiglie nelle città italiane, senza speranza di trovare un giorno una casa a prezzi accessibili, della dimensione adatta alle loro esigenze, in cui non si soffra il caldo d’estate e il freddo d’inverno e senza bollette energetiche di migliaia di euro. Occuparsi di questi milioni di condomini e degli spazi asfaltati intorno, male illuminati, pieni di auto parcheggiate è la più importante priorità che il nostro Paese ha di fronte nell’ambito di una nuova politica territoriale. E se ha senso lanciare un appello di architetti e urbanisti in questi giorni sta nel dire al Governo che si deve non sprecare questa crisi e che il rilancio del Paese deve passare da qui.

Per far capire che sono pronti e capaci di dimostrare che la densità può convivere con un ampliamento del patrimonio verde nelle città e con una più efficace accessibilità, che mette assieme mobilità pubblica, ciclabile, pedonale e in sharing. Che vogliono essere coinvolti nel programma per le periferie e la casa approvato nell’ultima Legge di bilancio – di cui si sono perse le tracce – perché ora si acceleri sui progetti e si alzi il livello del confronto. A partire dalla questione climatica che rischia nelle città di determinare impatti drammatici sugli spazi e sulla salute delle persone, con l’intensificarsi delle ondate di calore estivo e delle piogge intense, in particolare di quelle più povere e fragili. Avremmo tutti un gran bisogno che riuscissero a catturare l’attenzione politica su idee che saranno fondamentali per disegnare un futuro diverso e migliore per ogni parte di questo Paese.

*Vicepresidente Legambiente                                                                     e.zanchini@legambiente.it