di Vittorio Ferri*

In Francia le proteste dei gilets jaunes continuano. Alla base delle proteste ci sono l’aumento della tassazione dei carburanti, la complessità del sistema fiscale, il costo, la qualità, l’accessibilità e l’ineguale distribuzione territoriale dei servizi pubblici essenziali, i trasporti ferroviari, la sanità, l’educazione e una diffusa sfiducia verso i meccanismi della democrazia rappresentativa.

Emerge una questione territoriale: i divari economici e sociali tra i territori urbani e metropolitani e quelli rurali, tra centri e periferie, temi e problemi già emersi nella geografia del voto delle ultime elezioni presidenziali.

Il presidente Macron, dopo alcune dichiarazioni controproducenti, ha organizzato Le gran débat national (https://granddebat.fr/)  per cercare di istituzionalizzare le proteste.

Il governo ha annunciato azioni per aumentare il potere d’acquisto degli occupati a basso reddito, la progressività delle imposte e la tassazione delle grandi società del settore digitale.

Una parte trascurata della rottura in corso in Francia è costituita dalle proteste degli eletti nei governi territoriali, comuni, dipartimenti e regioni. Prima delle proteste in corso le associazioni dei sindaci (e delle istituzioni intercomunali: comuni rurali, urbani e metropolitani), dei dipartimenti e delle regioni avevano chiesto una nuova fase della decentralizzazione. In seguito hanno costituito l’associazione Territori uniti (rappresenta circa 500.000 amministratori locali) che rivendica l’aumento delle libertà locali e la riduzione del centralismo.

Il conflitto con il governo centrale riguarda l’organizzazione dello Stato (decentralizzata secondo la Costituzione) e la sua azione territoriale, caratterizzata negli ultimi anni da una diffusa ri-centralizzazione delle funzioni e delle risorse fiscali locali, con tagli alla finanza territoriale. Il 23 luglio 2017 il presidente Macron aveva annunciato in Senato il taglio di 13 miliardi di euro in 5 anni delle risorse finanziarie dei governi territoriali. Sono così aumentate le tensioni create dall’abolizione della tassa di abitazione dei governi locali senza indicare i meccanismi di compensazione del mancato gettito.

Negli anni precedenti la presidenza Macron, numerosi provvedimenti hanno modificato la carta dei governi territoriali, senza l’opposizione degli amministratori. Il numero dei comuni francesi è passato da oltre 36.500 nel 2010 a 34.851 all’inizio del 2019 (circa il 40% dei comuni europei, a fronte dell’8% della popolazione) con una popolazione media di 1.800 abitanti. Il numero delle istituzioni intercomunali è stato ridotto da 2.062 a 1.266 all’inizio del 2017. I dipartimenti, cuore del sistema amministrativo francese, sono rimasti sostanzialmente stabili, ora sono 100. Dal 2016 le regioni sono state ridotte da 22 a 12.

Per sciogliere questi nodi sarà necessaria una nuova fase del processo di decentralizzazione, avviato a metà degli anni ‘80 dal presidente Mitterrand e implementato nei decenni successivi. Finora ogni fase di decentralizzazione (senza federalismo) è sempre stata attivata dal centro e la periferia ha sempre collaborato lealmente. Ma ora i governi territoriali protestano in modo congiunto. La grandeur dello Stato è confermata dall’avvio del progetto faraonico Grand Paris, lanciato dal presidente Sarkozy nel 2009 ora modificato ed esteso: una rete di trasporto pubblico di 200 chilometri, con 68 stazioni attorno alla capitale Parigi (la regione urbana produce un terzo del PIL) realizzato dalla Société du Grand Paris, a capitale statale, senza la condivisione degli amministratori locali. I costi sono aumentati da 19 miliardi di euro nel 2010, a 22,6 miliardi di euro nel 2013, fino a 38,48 miliardi nel 2018 (7 dipartimenti rifiutano di finanziare i maggiori oneri). Sopravviverà ai gilets jaunes, o saranno necessari tagli per dare più risorse in periferia?

 

*Università di Milano Bicocca e di Pavia                      vittorio.ferri@unimib.it

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