di Carmen Giannino*

Le aree urbane rappresentano i luoghi del progresso, della crescita economica, dell’aumento demografico, dell’innovazione sociale, ma anche, come noto, delle disuguaglianze, delle ingiustizie sociali, delle solitudini. Oggi, più che in passato, occorre quindi restituire agli spazi urbani un maggiore e più diffuso valore tornando a ragionare di nuovo sulle dimensioni del pubblico.

Uno degli strumenti pubblici più rilevanti è oggi il Programma per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie urbane, istituito con la legge di bilancio 2016, sia per le risorse messe in campo (2,1 miliardi di euro, molti più del Piano città del 2012 o del PON Metro 2014-2020), sia per i soggetti coinvolti (città metropolitane e comuni capoluogo di provincia), che rappresentano enti istituzionali a cui oggi si deve lo sviluppo locale e l’innovazione sociale ed economica del paese.

Del “Piano periferie” molti ne parlano a vario titolo ritenendolo uno degli innumerevoli fallimenti del processo di programmazione delle istituzioni centrali, un esperimento mancato di reale supporto al miglioramento delle condizioni di territori che hanno diritto invece, più degli altri, alle opportunità e ai servizi offerti dalla città.

Il programma ha avuto diverse vicissitudini, come noto, ma ora sembra indirizzato verso un binario amministrativo e normativo certo che consentirà di poter cominciare a scorgere i primi esiti sui quali operare una valutazione di efficacia degli interventi realizzati, in termini di obiettivi e risultati attesi.

Attraverso la valorizzazione di parti di città, sia del tessuto storico urbano sia della periferia fisica, che versano in una condizione di degrado e marginalità sociale, ha inteso promuovere uno sviluppo integrato e multidisciplinare di funzioni avanzate per i cittadini. In realtà sono stati finanziati interventi di natura ordinaria e in parte innovativi. Da un lato attraverso la riconversione di edifici di valore storico (ex fabbriche dismesse, edifici storici abbandonati, circuiti storico-monumentali, quali reti di connessioni funzionali e/o paesaggistico-ambientali); dall’altro conferendo funzioni sociali e culturali a contenitori dismessi che assumono un ruolo trainante di welfare urbano.

Le innovazioni introdotte dal programma risultano tuttora significative: promozione di interventi senza ulteriore consumo di suolo, valorizzazione della progettazione e della pianificazione (possibilità di destinare una quota importante, fino al 5% dell’importo complessivo richiesto, a strumenti di pianificazione del territorio), concetto di periferia legato non solo a una condizione fisica di degrado di un territorio posto ai margini della città ma anche a una condizione di carenza di servizi di base riscontrabile anche in aree consolidate della città, sperimentazione del ruolo dell’ente città metropolitana che, a seguito della legge Delrio, non aveva ancora gli strumenti e le risorse per affermarsi e che attraverso il Piano periferie ha potuto collaudare il proprio ruolo di coordinamento, sperimentando strumenti e modelli più o meno efficaci.

Un programma, quindi, che deve ancora dimostrare il proprio reale impatto sui territori e ce può rappresentare uno strumento per ridurre le aree di disagio nelle periferie e assicurare l’innovazione sociale. memoria storica e il senso di comunità, e una migliore qualità dell’ambiente edificato insieme all’offerta di spazi e servizi che incidano positivamente sulla vita degli abitanti.

Per intervenire sui territori marginali urbani, ma anche delle aree interne su cui è stato detto molto in termini di analogie di questioni e problemi da risolvere, condividendo quanto emerso nel rapporto Urban@it sulle periferie curato da Giovanni Laino, occorre “stare nelle periferie perché si capiscono molte cose e molte altre se ne possono fare e le politiche devono essere selettive e capaci di investire sulle energie sociali, attraverso una visione plurale e differenziata”.

Le periferie sono territori che si trasformano, aperti alla sperimentazione in quanto per prime subiscono cambiamenti profondi cui spesso non possono sottrarsi, ma lottano e sono luoghi vitali delle città, come dimostrano le tante realtà associative sempre attive e promotrici di progetti sociali e culturali, occorre impegnarsi e capitalizzare tali risorse per rafforzare la dimensione pubblica delle città, sostenendo e valorizzando la partecipazione dei cittadini alle scelte, attraverso azioni più decise di differenziazione e di concentrazione laddove maggiori sono i disagi.

*coordinatrice della segreteria tecnica del piano periferie presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri     c.giannino@palazzochigi.it